Lampedusa: l’isola che accoglie tra mito e realtà

Lampedusa: l’isola che accoglie tra mito e realtà

di Giulia Presutti*

20160703_154250La battigia della Guitcia è affollata dai bagnanti. Insieme ai turisti, i migranti si godono l’acqua cristallina di Lampedusa: dopo l’incubo del viaggio sul barcone, il mare regala loro un primo momento di pace.

Centinaia di ragazzi si asciugano al sole, i corpi scolpiti come statue di ebano. Quella degli africani sugli scogli potrebbe essere l’immagine simbolo dell’ “isola che accoglie”: gli attivisti che operano qui, invece, mi spiegano che non lo è. Che forse i migranti stanno in disparte perché non si sentono i benvenuti. O che qualcuno ha dato loro l’impressione di non esserlo.

20160705_103525Vorrei parlare con chi si occupa dell’accoglienza, con associazioni e collettivi, ma non sembrano entusiasti della mia presenza in paese. Persino la mitica Paola, che da sempre assiste agli sbarchi e si impunta per offrire l’acqua all’arrivo, non vuole più farsi intervistare. “Noi non lo facciamo per questo”, mi spiega.

Mi basta poco per rendermi conto che l’isola è stanca dei giornalisti. Che, a parte gli eroi delle telecamere, gli abitanti sono delusi dal nostro lavoro. Che la narrazione che facciamo è spesso inadeguata alla realtà.

Lampedusa è il primo approdo dei migranti, il pezzetto di terra che toccano dopo la traversata in mare. Un po’ Sicilia, un po’ Italia, eppure ancora Africa. “Da qui voglio andare in Europa!”, dice allegra una piccola eritrea. Ha quindici anni ed è rimasta nell’hotspot per un mese. Nessuno lì dentro le ha dato un telefono per avvertire la madre che è arrivata sana e salva. Forse gli attivisti parlavano di questo, quando mettevano in discussione la leggenda dell’accoglienza lampedusana.

20160703_055537Nel centro di Contrada Imbriacola ci sono centinaia di ospiti. Uno di loro mi dice che dormono per terra, su dei materassi, perché non c’è abbastanza posto nelle stanze. Non potrebbero uscire, ma per fortuna c’è un buco nella recinzione.

Polizia e militari presidiano l’accesso principale, che naturalmente è chiuso ai giornalisti. Per riprendere i padiglioni bisogna nascondersi tra le piante, per parlare con chi lavora all’interno è meglio votarsi a qualche santo. I mediatori culturali di una Ong provano a negare la presenza di eritrei nell’hotspot: scopro poi che per contratto non possono dare informazioni.

20160705_100155I migranti si incontrano in paese, davanti all’internet point allestito per loro: gli operatori di Mediterranean hope, progetto della Federazione chiese evangeliche, li aiutano a connettersi col mondo. A vincere l’isolamento in cui si trovano. Passo un pomeriggio con loro e mi sento a casa: mi raccontano le storie dei profughi e mi spiegano le criticità dell’isola. “Qui non c’è molto per loro, eppure restano nell’hotspot molto più del dovuto”. Così, l’ultimo giorno, faccio finalmente un’intervista e capisco le ragioni dell’iniziale diffidenza: a Lampedusa l’accoglienza c’è davvero, anche per i giornalisti. Solo che ce la dobbiamo guadagnare.

*finalista del Premio Morrione 2016 con l’inchiesta “Un tratto della tratta” (tutor Sandro Ruotolo)