Raccontare la mafia dei Nebrodi nel nome di Roberto Morrione. Intervista a Giuseppe Antoci

Raccontare la mafia dei Nebrodi nel nome di Roberto Morrione. Intervista a Giuseppe Antoci

di Diego Gandolfo e Alessandro di Nunzio*

Come può il presidente del più grande parco naturale siciliano vivere da più di un anno sotto scorta? Ci sembrava assurdo. Questo fu il motivo che ci portò dritti da Giuseppe Antoci, esattamente un anno fa: maggio 2015.

Le migliaia di ettari in mano alle famiglie mafiose, i milioni di euro dei fondi UE, i proiettili e le lettere minatorie, i codici della mafia rurale, spietata e onnipresente: il parco era cosa loro. Antoci ci aprì gli occhi su un mondo sconosciuto.

Di lì in poi cambiò tutto. La nostra inchiesta ebbe una svolta: dovevamo indagare sulla mafia dei Nebrodi. Una mafia di cui nessuno parlava. Una mafia di cui i media si sarebbero accorti ben prima se ci fosse stato quel pool investigativo immaginato da Roberto Morrione. Oggi, a 5 anni dalla sua morte, sentiamo più viva che mai l’eredità di Roberto. Anche in questa nostra inchiesta, che ha avuto il merito di intuire, di anticipare i tempi, di fare “ciò che deve”. Come Roberto ci ha insegnato.

E così, a distanza di un anno, torniamo da Giuseppe Antoci. Il caso adesso è diventato nazionale. Due giorni fa ha rischiato la vita: è un miracolo che l’attentato sia fallito.

  • Giuseppe come stai?

Dopo lo spavento, sono passato alla fase due: adesso si reagisce, come faccio di solito, ma ieri ero un po’ ammaccato…una cosa terribile.

Capisci che se non arrivava Manganaro, che è partito dieci minuti dopo, eravamo morti tutti e tre, eh?

  • Quanti uomini della scorta erano con te?

I due miei e poi è arrivato il Commissario Manganaro, e li ha trovati mentre ci stavano sparando, così è sceso e ha cominciato a sparare dalla macchina, loro gli hanno sparato contro, i miei sono scesi pure e hanno cominciato a sparare. Ma loro avevano le bottiglie molotov, quindi la loro intenzione era quella di farci uscire e finirci a colpi di fucile. Se non scendevamo ci davano fuoco per farci scendere.

  • E’ stata una casualità a salvarvi allora?

Loro sono rimasti fregati dall’arrivo della macchina di Manganaro, che non era una macchina della polizia, ma una jeep che gli avevano dato da poco, che neanche sembra una macchina della polizia. Questi non avevano fatto i conti con questa cosa e gli è saltato il piano.

  • Eravate seguiti?

Ci hanno aspettato, c’erano le pietre a terra, io dormivo, la scorta dice: “che sono ste pietre?”. E arrivano un casino di proiettili, ho sentito botte bestiali alla macchina, tipo pietrate.

  • Perché vi hanno bloccato in quel punto specifico?

Sapevano che saremmo passati da lì. Avevano un gancio che gli ha detto che io ero partito. Ma non hanno capito che la macchina partita dopo era quella di Manganaro. Per fortuna.

  • La mafia ha iniziato a sparare. Non pensi che sia un evento storico questo?

Certo! Dopo le stragi di Falcone e Borsellino la mafia tenta un’altra strage. Che, di fatto, se non fossero capitate queste coincidenze particolari, gli sarebbe riuscita. Tutti e tre ci ammazzavano. Tutti e tre. La verità è che questi hanno colpito lo Stato di nuovo. L’hanno sfidato perché sono alle strette.

  • Ma perché rischiano di attirare i riflettori? Chi glielo fa fare di sparare e uscire dal silenzio?

Come avete raccontato voi, abbiamo messo le mani nelle tasche, nei soldi quelli seri, quelli veri, che nessuno per anni gli aveva mai toccato. Sono alle strette.

  • E tutto ciò dipende da cosa?

Tutto gira attorno al Protocollo. Ha avuto i suoi effetti. Abbiamo imposto i controlli antimafia che hanno prodotto le interdittive, abbiamo realizzato le prime revoche dei terreni. Queste famiglie hanno fatto ricorso al TAR contro le interdittive e hanno perso clamorosamente. Il TAR non solo non gli ha accettato il ricorso ma è entrato nel merito in maniera pesantissima e quindi di fatto si sono sentiti definitivamente disarcionati.

E poi di mezzo c’è anche la Calabria: si voleva mutuare il protocollo sui terreni calabresi per evitare che i terreni vadano alla ‘ndrangheta.

  • Secondo te chi ha deciso di farti fuori?

Un attentato di questo genere se non ha l’ok della mafia non si fa. Ci vuole l’ok dei capi delle famiglie mafiose siciliane. Queste sono scelte alte. Però bisogna capire se lì anche la ‘ndrangheta, per paura che andavamo a rompere le scatole anche in Calabria, abbia dato quantomeno il suo “gradimento”.

  • Ci sono altri obiettivi oltre a te? Il sindaco di Troina si sente il prossimo obiettivo…

Ormai è matematicamente impossibile. Non penso assolutamente, in questo momento non muovono più foglia, ci hanno provato, ma poi Fabio (Fabio Venezia, sindaco di Troina, n.d.a.) non ha avuto un ruolo nel Protocollo. Fabio è quello che ci ha portato a capire il problema e affrontarlo. Dopo un atto così eclatante ovviamente stanno fermi.

  • Non gli si ritorce contro questo attentato?

Infatti adesso c’è un putiferio! Sono arrivate forze speciali, adesso gli fanno male davvero…

  • Si prevede un’ondata di repressione?

È già iniziata.

  • E la sua famiglia che dice? L’anno scorso ci raccontò che sua figlia la spronava a non fermarsi. E oggi?

La mia famiglia è stata sempre al mio fianco, mia moglie e le mie figlie. Questa è una battaglia che ho portato avanti consapevole dei rischi e dei sacrifici che stiamo vivendo e che vivremo. Ma ci sono delle cose sulle quali non si transige. La nostra è una famiglia con un DNA che ci impone delle scelte di “pane e legalità”. Per quanto scossi, sappiamo che questa strada deve essere percorsa con dignità nonostante le difficoltà, ma ormai non si può più tornare indietro. E non si deve.

  • Se l’aspettava che andasse a finire così la sua storia?

Voi e il Premio Morrione avete avuto anche un ruolo importante in questa vicenda, è servito a voi per dimostrare che siete dei bravissimi giornalisti e a noi per dimostrare che il lavoro che stiamo facendo è un lavoro serio, che comporta tutti i rischi del mondo. Ma anche per voi comporta dei rischi. E ognuno di noi se li assumerà.

*Diego Gandolfo e Alessandro di Nunzio sono i vincitori della quarta edizione del Premio Morrione con l’inchiesta “Fondi rubati all’agricoltura”.