Occhi migranti: quello che le telecamere non dicono

Occhi migranti: quello che le telecamere non dicono

di Giulia Presutti*

Roma. Agosto 2016. Giro per il campo della Croce rossa, che in zona Tiburtina accoglie i migranti transitanti. Tra le mamme eritree e i loro piccoli due occhi neri mi colpiscono. Sono rossi e sbarrati, quasi strambi. Il proprietario è un bambino di tre anni con un viso indimenticabile. Così indimenticabile che mi rendo conto di averlo già visto: un mese prima, allo sbarco della nave nel porto di Palermo, c’eravamo entrambi. L’avevo notato tra millecento persone perché a tarda sera ancora giocava. Dopo giorni di mare e ore di attesa si arrampicava su una grata: gli occhi neri erano vuoti, assenti per la stanchezza. Eppure giocava, quasi come un automa. Riprenderlo era impensabile: troppo rispetto per il suo trauma.

20160730_173044 Il piccolo eritreo è solo uno dei volti del mio viaggio: persone che ho notato una volta e che ho rivisto ancora, nelle tappe successive. Ad Agrigento, dove passa chiunque sbarchi a Lampedusa, i due Ibrahim del Gambia mi hanno riconosciuta. Sull’isola uno di loro mi aveva mostrato l’hotspot, l’altro mi aveva fatto compagnia fuori dall’internet point. Come tutti, nell’hub di Siculiana, i due ragazzi aspettano. Di fare domanda d’asilo, di ottenere un posto migliore, magari in un centro del Nord. “È tutto pieno – si giustifica un funzionario di polizia – perciò i migranti restano qui in Sicilia per mesi”.

E in effetti attraverso l’isola, passando per i luoghi della migrazione, e ovunque trovo il caos. Non quello della confusione, ma quello dell’immobilismo. Comincio dal Cara di Mineo, nome simbolo della mafia dell’accoglienza, per gli attivisti locali “l’inferno sulla terra”. Lì, in quattrocento villette, dormono almeno tremila migranti. Milleduecento sono eritrei e aspettano la relocation. Visti i dati, aspetteranno a lungo.

20160724_151526Alcuni di loro vengono da Agrigento, dove li ho conosciuti, e si lasciano intervistare. Uno mi dice fuori dai denti: “Questo posto è terribile”. Gli chiedo perché, ma cambia versione davanti alla telecamera. Nessuno vuole parlare del Cara, ma basta guardarsi intorno per capire il motivo: chilometri e chilometri di sole e di niente, un’intera provincia che vive intorno al centro d’accoglienza. “Quattrocento famiglie – dice off the records  un operatore – mangiano grazie alla cooperativa”. E infatti: “Gli ospiti qui dentro li trattiamo benissimo, non capisco perché si parli male di noi”.

20160722_110201Per andare a Catania faccio come i migranti: un taxi abusivo, alla guida un nigeriano. È l’unico collegamento con la città, perché il Cara dista dall’autobus nove chilometri. Giovani donne salgono e scendono. Alcune le recuperiamo direttamente dalla statale. A Catania, in stazione, la situazione peggiora. Una decina di minori eritrei si accalca davanti alla mensa Caritas: dormono per strada, in attesa dei soldi per partire. Qualcuno suggerisce l’ipotesi che possano vendersi per averli. Verso sera arriva una mamma, in braccio il bimbo di tre anni, al fianco un nipote adottivo. Avrà al massimo 14 anni, anche se ne dichiara 17. Mi rifiuto di pensare che dormano in stazione: dormiamo tutti in una chiesa e decidiamo di viaggiare insieme, direzione Roma, l’indomani. L’autobus impiega undici ore, ma passano in fretta: attraversa lo stretto e risale la penisola. Sul ponte della nave gli eritrei impazziscono, scattano foto, ringraziano: le luci di Messina non mi sono mai sembrate così brillanti. La meraviglia nei loro occhi non si può immortalare, ma è indimenticabile. Come quel bambino al porto di Palermo. Come le ragazzine alla stazione di Catania.
Così in un istante mi diventa chiaro perché ho scelto di fare questo: non per quello che avviene davanti alla telecamera, ma per quello che avviene quando è spenta. Anche solo per quello, varrà sempre la pena.

*finalista del Premio Morrione 2016 con l’inchiesta “Un tratto della tratta” (tutor Sandro Ruotolo)