Tabù HIV: un altro mese di lavoro sull’inchiesta

Tabù HIV: un altro mese di lavoro sull’inchiesta

di Giulia Elia*

Avere fede come l’acqua significa credere senza mai retrocedere.

“Se vuoi essere una brava giornalista, devi essere una brava troia”. Ricordatelo.

Ho appena ricevuto l’insegnamento più illuminante e più vero. Provo a cucirmelo addosso: è più di quanto abbia imparato finora. Devi saper far incuriosire, saper flirtare, saper convincere, eventualmente venderti, per raggiungere ciò che vuoi.

Aprile è stato un mese invisibile, passato come un fulmine. E’ stato riprendere da dove ci eravamo lasciati. E finalmente partire davvero, lavorando in verticale, sulle cose giuste: le uniche da fare. Senza perdersi o disperdersi. Aprile è stato il mese di quei mondi invisibili dove squallore e umanità si inseguono. E si confondono. Quello in cui sì, devo uscire dalla parte, o meglio: entrare nella parte. Di un’altra persona, di un altro. E mi ripeto come un mantra: “Se vuoi essere una brava giornalista…” Ricordatelo. Ricordatelo.

Il lavoro mi sembra come fermo. I giorni sono sempre vuoti e non portano a nulla, soltanto oggi c’è un gancio, finalmente. Eppure in questo tempo l’inchiesta è andata avanti solo di un passetto, e a volte s’insinua in me il dubbio che io non stia intervistando le persone giuste. La storia invece l’ho iniziata a conoscere meglio. Ho finalmente in mano le carte per capire i protagonisti e la sto leggendo come fosse un romanzo: ti prende, fa male a tratti, piena di sofferenze e tenerezza, è vera, è quasi come la mia in certi punti, è così autentica.

Poi capita che le cose non vanno mai come pensi, come prevedevi, come speri: nemmeno nel lavoro. Si sa, gli imprevisti, le brutte giornate, il tempo perso, le interviste sbagliate, quelle fissate da un mese e saltate; tutti questi ostacoli sono utili perché mi costringono a cercare strade diverse, più difficili. Sarà che non le ho mai scelte facili. Doversi conquistare le persone, le soluzioni, da soli, è certo più costruttivo: si impara sul serio, col rischio di divertirsi. Un pochino stressante. Ma forse ne vale la pena.

Tra le ferite della mia storia serpeggia un virus velenoso, che quando attacca non avverte, ti prende tutto senza lasciarti il tempo di accorgertene. Quando lo guardi lì dentro di te, è già troppo tardi: non è possibile tornare più indietro. Allora si va avanti per forza, faticosamente. Così anche questa di storia e d’inchiesta prendono forma pian piano. Io mi sono un po’ persa e vorrei ritrovarmi; intuisco che ci sarà un tempo in cui anche questo lavoro sarà pieno, di poesia e delicatezza. Come una giornata di sole, montante.

Nel frattempo, oggi in metro è entrato un signore più che adulto, molto alto e robusto, con gli occhiali da vista con la cordicella. Tiene in mano un mazzo di rose enorme, grandissimo, gigante: grande forse solo come il suo cuore. Vorrei chiedergli per chi sono, e intanto mi viene da piangere. Le tiene col volto all’ingiù, chissà perché non le mostra, rosse e accattivanti. Dà una sbirciata a un biglietto nascosto nel borsello e lo ripone in tasca. Lo guardo e poi guardo le rose. Un miracolo. Per chi sono queste rose così belle e tristi, signore?

Questa storia dell’HIV è come quelle rose: così belle, e non si fanno mostrare in volto. Devono essere tenute nascoste.

Questa è una storia che parla d’amore.

*finalista della sesta edizione del Premio Morrione con il progetto di video inchiesta “Tabù HIV”