
di Stefano Lamorgese
Sono reduce da Policromie, festival internazionale della letteratura melting pot, che si è tenuto a Samassi (nel Campidano, in Sardegna), tra il 12 e il 16 giugno. Una manifestazione che sono molto fiero di aver contribuito a organizzare con tre amici: il direttore artistico Daniele Mocci (scrittore, sceneggiatore di fumetti), Nicola Melis (storico, africanista e islamologo dell’Università degli Studi di Cagliari), e Guido Carcangiu (bibliotecario e progettista di eventi culturali).
Sostenuta e finanziata dall’amministrazione comunale del piccolo Comune campidanese – una scelta coraggiosa della quale va dato ampio riconoscimento alla sindaca, Beatrice Muscas – la manifestazione si è proposta con un suggestivo sottotitolo: “intrecci e connessioni”, concretizzatisi nel tentativo di mettere in relazione tra loro la comunità dei cittadini samassesi e quella composta dai numerosi lavoratori agricoli impegnati nelle campagne circostanti, provenienti in larga parte dal subcontinente indiano. Ma vediamo di che cosa si è trattato.
Sono stati cinque giorni di incontri, presentazioni di libri e proiezioni. Storie di sciamani-professori nell’Amazzonia peruviana (Riccardo Badini); islamofobia, tra riflessi pavloviani e travisamenti storici (Nicola Melis); controgeografie interiori e antropologiche (Matteo Meschiari); memorie balcaniche (Elvira Mujčić); cultura e fumetti iraniani (Majid Bita); colonialismo italiano illustrato (Chiara Abastanotti); scuola pubblica sotto attacco (Mirco Melchiorre e Federico Greco, con il loro film “D’istruzione pubblica”); storia del movimnento calcistico femminile brasiliano (“Lucy”, il film di Roberto Pili dedicato alla pioniera del calcio carioca, Maria Lucia Alves Feitosa, presente a Samassi).
C’è stato spazio anche per l’informazione, con la presentazione de “Il prezzo della legalità“, l’inchiesta giornalistica vincitrice del Premio Roberto Morrione 2025, realizzata da Daman Singh, Bianca Turati e Iman Zaoin sulla situazione dei lavoratori delle serre ragusane, nella Sicilia sud-orientale, dove viene prodotta gran parte delle primizie orticole distribuite nei nosttri mercati. Al centro del problema: la tragica truffa del “Decreto flussi”, il provvedimento emanato dal Governo per stabilire su base triennale le quote di ingresso legale in Italia per motivi di lavoro dei cittadini stranieri non comunitari.
Come ha spiegato con pacatezza ma non senza indignazione Daman Singh (trentunenne bergamasco di padre indiano, dottorando in antropologia presso l’università di Catania), si tratta di un provvedimento non solo inefficace, ma persino dannoso per quasi tutti i cittadini stranieri che – pur percorrendo una via legale – finiscono con allarmante frequenza nelle grinfie di caporali e sfruttatori, dopo aver esaurito tutte le proprie risorse nel lungo percorso che li ha portati in Italia.
Le storie, rappresentate con coraggio dai vincitori del Morrione 2025, hanno fatto rabbrividire il pubblico. Soprattutto quando sono stati mostrati i colloqui, realizzati con una telecamera nascosta, con i “procacciatori di contratti”, capaci di chiedere ai migranti (senza vergognarsene), un “pizzo” di 6-8000 euro per metterli alla mercé di datori di lavoro senza scrupoli.
La morale di questo scempio amministrativo, politico e umano viene fornita da uno dei protagonisti, un uomo (rimasto anonimo per proteggerne l’identità) che – lavorando sotto il sole nelle serre ragusane con temperature interne che raggiungono i 60°C – ha perso un occhio e quasi la totalità della capacità di visione dell’altro, ed è rimasto completamente invalido.
“A chi vuole venire in Italia” ha affermato “dico soltanto che non conviene seguire la legalità del decreto flussi… si perde la salute, la vita. Se proprio volete, venite con le barche: è più sicuro”.
È stato bello e coinvolgente poter constatare anche a Samassi che, a mesi di distanza dall’assegnazione del premio e a quasi un anno dal completamento del lavoro d’inchiesta, le storie e le parole raccolte dai “nostri ragazzi” per confezionare la loro inchiesta sono ancora capaci di suscitare curiosità, dibattito e partecipazione.
È in queste occasioni, pubbliche e partecipate, che mi sembra lecito riconoscere il senso più profondo del nostro lavoro e del nostro impegno collettivo: quelle “missioni” che smettono la veste retorica e si rivelano come le motivazioni più autentiche ed efficaci per tenere insieme l’associazione intitolata a quell’esempio di civile ostinazione che Roberto Morrione incarnò.





