
Diego Gandolfo è tutor giornalistico di questa edizione. E anche per lui, come per Gabriele Cruciata e Francesco De Augustinis – si ripete la chiusura del cerchio. In questa edizione è tutor giornalistico di Bianca Turati, Daman Singh, Iman Zaoin, in finale nella categoria video inchiesta. Diego Gandolfo ha vinto il Premio Morrione, nel 2015, con una inchiesta che ha lasciato il segno – Fondi Rubati all’agricoltura, realizzata insieme a Alessandro di Nunzio.
Le sue radici sono a Favignana, Diego Gandolfo è ricercatore, scrittore e giornalista investigativo. Ha iniziato collaborando con “Radio Città del Capo” e “Libera Radio – Voci contro le mafie”, ha realizzato inchieste per l’Unità Investigativa di Greenpeace, Il Manifesto, L’Espresso, Presadiretta e Report (RAI 3). Ha lavorato come fixer per BBC in Italia ed è stato editor e collaboratore per la casa editrice “Chiarelettere”. È stato autore del programma televisivo Mediaset “Le Iene”, realizzando a partire dal 2016 numerose inchieste e scoprendo nel 2017 il caso “L’ambulanza della morte”, serie realizzata insieme a Roberta Rei. Ha scritto “I Signori delle città” (Ponte alle Grazie, 2020; Round Robin 2022), la prima inchiesta sul potere delle fondazioni bancarie. Dal 2019 è membro della giuria del “Premio Roberto Morrione” e del Comitato di selezione di “DIG Awards”, il Festival di giornalismo investigativo internazionale di Modena. Collabora con alcune organizzazioni internazionali ed è consulente del Parlamento Europeo.
- Da vincitore a tutor del Premio Morrione. Perché hai accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione e che cosa significa per te?
Quando ho ricevuto la proposta di diventare il tutor del Premio 2025 da parte di Francesco Cavalli, confesso di essermi commosso. L’ho accolta come uno sbalorditivo segno del destino, un evento fortemente simbolico, quasi un allineamento cosmico, la chiusura di un cerchio. Sono passati infatti 10 anni esatti da quando vinsi il Premio Morrione insieme al mio socio fraterno Alessandro di Nunzio, ed io a questo Premio – e alle persone che gli danno vita – devo tantissimo: la mia crescita, la mia carriera, ma anche un pezzo importante del mio percorso umano. La vittoria al Morrione è arrivata in un periodo difficile, cruciale della mia vita e si è rivelata la miccia che mi ha fatto decidere finalmente di abbandonare il mondo accademico, andare sul campo e diventare un giornalista investigativo. Come avrei potuto rifiutare questa proposta?
- Cosa ti aspetti dagli under 30 che seguirai nella realizzazione dell’inchiesta?
C’è qualcosa di invisibile che anima lo spirito del giornalista d’inchiesta: un fuoco che arde nel cuore, un desiderio implacabile di scoprire e di raccontare, al fine di contribuire alla verità dei fatti, alla giustizia sociale, talvolta – se possibile – cambiando persino le sorti della storia. Mi aspetto che gli under 30 finalisti custodiscano questo indomabile fuoco e che siano pronti a superare i tanti ostacoli che li attendono nel loro cammino.
- Quale consiglio su tutti ti senti di dare agli under 30 arrivati in finale, ora alle prese con il progetto di inchiesta?
Primo: divertitevi. Siate curiosi, non abbiate paura dell’ignoto, siate ottimisti, godetevi il piacere della scoperta. Durante un’inchiesta tutto può accadere, ma l’approccio, l’atteggiamento è cruciale. Secondo: la precisione, l’attenzione al dettaglio. Nel corso della mia esperienza da giornalista investigativo ho imparato ad essere molto severo con me stesso, nel senso di rigore morale e meticolosità del metodo, l’importanza di non lasciare nulla al caso, anche se il caso talvolta prende il sopravvento e diventa protagonista. Terzo: non demordere, mai. Occorre lavorare con determinazione e fiducia incrollabile, soprattutto nei momenti in cui sembra non esserci più alcuno spiraglio. L’audacia e la caparbietà attirano nuove fonti e soluzioni improvvise. Ecco, mi piacerebbe molto trasferire ai finalisti questi insegnamenti.
- Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato il tuo mestiere?
Sin da piccolo ho sempre amato giocare a “scoprire”, mi dava un’adrenalina fortissima il fingermi qualcun altro per entrare dentro luoghi inaccessibili o cercare le cose nascoste, investigando anche con la fantasia. E poi giocavo a vendere nel corridoio di casa i libri e le riviste di mio padre, volevo fare il “giornalaio”. La letteratura noir e thriller ha dato forma a questa passione innata. Ce l’ho nel DNA. Non avrei mai potuto fare altro. Il resto ce l’ha messo la fortuna di ritrovarmi nel posto giusto al momento giusto.
- C’è una inchiesta che consideri un esempio da seguire? Se si, quale e perché?
Sono cresciuto con le inchieste capolavoro di Alberto Nerazzini e Paolo Mondani sulla mafia e le collusioni eccellenti, i libri di Ferruccio Pinotti sui poteri più oscuri del nostro Paese, i racconti appassionanti di Carlo Lucarelli, le indagini in Vaticano di Gianluigi Nuzzi, e poi le inchieste di Gomez e Travaglio, i reportage di Fabrizio Gatti, i documentari di Al Jazeera. Ad oggi, tra le tante, forse l’inchiesta madre per me rimane “La Divina Provvidenza”, di Nerazzini, che ho studiato e vivisezionato notte e giorno per assorbirne segreti e insegnamenti: la narrazione incalzante, la capacità di fare accadere le cose, la precisione chirurgica delle analisi finanziarie, l’empatia delle interviste, il rigore nell’affrontare il potere economico, il coraggio di spingersi oltre.
- Che libro consiglieresti di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio lavoro, il proprio futuro?
Quando ancora non sapevo cosa fare della mia vita, un caro amico – che poi diventò pure un collega – mi regalò “Il giornalista quasi perfetto”, un libro di di David Randall, scomparso qualche anno fa. E’ una sorta di manuale del giornalismo, ricco di aneddoti e insegnamenti eterni. Mi è stato utile talmente tante volte che credo di averlo stabilmente nel primo cassetto del comodino. Tutt’ora lo cito ampiamente quando tengo corsi e workshop sull’inchiesta. Un testo fondamentale.





