
di Daman Singh, Bianca Turati e Iman Zaoin
Qualche mese fa, a metà maggio, abbiamo realizzato la nostra prima trasferta per le riprese sul campo, in Sicilia, insieme ai nostri videomaker Andrea Giannone e Francesco Altissimi. È stata la prima volta in cui ci siamo trovati a entrare nelle vite delle persone con una videocamera tra noi e loro – uno strumento potente, capace di raccontare, ma anche carico di responsabilità.
Fin da subito, ci siamo sentiti molto consapevoli della piccolezza della nostra presenza, di fronte alle sofferenze quotidiane di chi stava davanti a noi, e alla nostra impossibilità di portare alcuna reale promessa di cambiamento o di aiuto. Tuttavia, ci siamo resi conto che, invece, per alcune persone il desiderio di far conoscere la propria storia era già una forma di speranza, tanto da portarli a prendere la scelta coraggiosa di raccontarsi. Siamo rimasti sorpresi da come persone appena conosciute si siano aperte con noi, a volte condividendo apertamente le proprie esperienze, altre preferendo mantenere l’anonimato, ma comunque affidandoci la loro fiducia e, in alcuni casi, la loro stessa sicurezza.
La videocamera ci ha insegnato molto anche sul modo di guardare. Per filmare bisogna prendersi tempi lunghi, trovare angolazioni, soffermarsi. Abbiamo iniziato a sviluppare, insieme all’aiuto dei professionisti, un nuovo tipo di sguardo, che ci permettesse di cogliere sfumature, anche estetiche, che valorizzassero i soggetti delle nostre riprese. Allo stesso tempo, abbiamo compreso che è anche una questione di ritmo: abbiamo imparato a rallentare, ad allineare i nostri tempi con quelli dei luoghi e delle persone che abbiamo incontrato. Abbiamo capito che non c’è spazio per la fretta in un racconto autentico.
La videocamera è stata rivelatoria anche nella sua assenza. Infatti, una volta spenta e riposta in automobile al termine degli incontri, in alcune occasioni abbiamo potuto dedicarci a nuove chiacchierate, a ulteriori caffè (necessari per resistere alla calura siciliana), e ad avvicinarci ancora di più all’umanità delle persone che abbiamo incontrato, al di là delle storie e delle ragioni che ci hanno portato a conoscerle.
Attualmente siamo tornati dalla nostra seconda trasferta sul campo. È strano riprendere le nostre vite, ciascuno in luoghi diversi, con impegni e tempi diversi, dopo esserci immersi completamente all’interno di questa esperienza. Rivedendo il materiale, ci rendiamo conto che abbiamo filmato moltissimi video che contengono altrettante storie e vite, e sentiamo vivamente l’importanza di diffondere e far conoscere ciò che abbiamo scoperto.
Al tempo stesso, ci sentiamo quasi sopraffatti dalla complessità della nostra inchiesta: tante voci, tante sfumature, un’enorme quantità di informazioni che ora attendono di essere selezionate, comprese, ordinate. Il lavoro che ci aspetta sarà lungo e faticoso, ma necessario.Ora che abbiamo conosciuto i protagonisti della nostra inchiesta e compreso l’urgenza di portare alla luce le loro storie, sentiamo più che mai la responsabilità di raccontare le verità emerse con la stessa intensità con cui le abbiamo vissute noi in prima persona.





