Ambizione, grinta e strade nuove per le inchieste. Intervista al tutor Francesco De Augustinis

Francesco De Augustinis è un giornalista freelance e documentarista con oltre 13 anni di esperienza nel settore alimentare e ambientale. Collabora con diversi media tra cui Mongabay, Corriere della Sera, EuObserver, Repubblica, Huffington Post, The Ferret. Nel 2012 ha vinto la prima edizione del Premio Roberto Morrione per l’inchiesta televisiva, con un’inchiesta sulla grande quantità di pesticidi utilizzati nella coltivazione del tabacco (Il tabacco che uccide senza fumarlo, 25′). Nel 2019 ha fondato il progetto mediatico indipendente sulla sostenibilità One Earth. Attraverso questo progetto, ha preso parte a diversi progetti investigativi internazionali in materia di cibo e sostenibilità, pubblicato tre documentari, Deforestazione Made in Italy (ITA 2019, 67’), ONE EARTH – Tutto è connesso (ITA 2021, 93’), Until the End of the World (ITA 2024, 58’).

E’ il tutor della seconda edizione del Premio Riccardo Laganà Biodiversity Sustainability Animal Welfare che è stato vinto da Novella Gianfranceschi e Niccolò Palla e che in questi mesi realizzeranno il progetto di inchiesta selezionato. Anche per lui cinque domande per capire in che modo vivrà questo incarico e la sua visione del giornalismo di inchiesta. 

  • Hai accettato di essere nella squadra dei tutor del Premio Riccardo Laganà. Come vivrai questo ruolo?
Non ho conosciuto personalmente Riccardo Laganà, ma conosco e ho seguito per anni le sue battaglie su alcuni temi di cui mi occupo – i sistemi alimentari, l’etica, il rispetto per gli animali e tutte le forme di vita – a cui ho dedicato larga parte del mio impegno professionale. Per questo mi fa particolarmente piacere poter essere tutor di questo premio, e spero di essere in grado di trasmettere almeno in parte gli stessi valori ai ragazzi con cui mi troverò a lavorare. Inoltre per me, che ho iniziato a fare inchiesta video con il Premio Morrione nel lontano 2011, il ruolo di tutor è un cerchio che si chiude, e al tempo stesso un’opportunità straordinaria di “dare indietro” un po’ di quel sostegno che mi è stato dato, e che è così importante per chi muove i primi passi in questa professione.
  • Cosa ti aspetti dagli under30 che seguirai?
Sicuramente mi aspetto ambizione e grinta, la stessa passione e determinazione che ho visto in tanti ragazzi che in questi anni ho incontrato frequentando gli eventi del Premio Morrione. In questo caso però, visti i temi che andiamo a trattare che riguardano le crisi ecosistemiche che stanno investendo il nostro Pianeta, spero anche di trovare una sensibilità particolare verso “le connessioni” della globalizzazione, la capacità di comprendere e raccontare che quello che facciamo dall’altra parte del mondo, inquinando o sfruttando indiscriminatamente le risorse, calpestando diritti e princìpi, può avere ripercussioni anche gravissime sul nostro vivere quotidiano.
  • Guardando al giornalismo di inchiesta, secondo te ci sono dei mutamenti, delle sfide nuove che i giovani under 30 dovrebbero considerare?
In questi anni lo scenario mediatico continua a cambiare moltissimo, con un ruolo meno centrale dei giornali o dei canali “tradizionali”, e un moltiplicarsi delle piattaforme e dei formati. Questo porta con sé alcuni aspetti positivi e altri negativi: tutti possono fare informazione e raggiungere un pubblico di massa, ma non tutti hanno le necessarie competenze per farlo; c’è un mare di informazione da cui attingere, ma non sempre questo vuol dire che ci sia maggiore comprensione di quel che succede nel mondo, soprattutto quando abbiamo di fronte fenomeni complessi che richiedono approfondimento o inchiesta. Sicuramente chi si affaccia oggi alla professione deve aver ben chiare queste dinamiche, per trovare – o, perché no, inventare – la propria strada, che non è più “tracciata”, cercando di trovare le opportunità che gli possano permettere di fare inchiesta, approfondimento, anche in un mondo che corre e che non si ferma troppo a riflettere.
  • Che libro consigli di leggere a chi ha la passione per l’inchiesta giornalistica, in particolare sui temi ambientali, della biodiversità e del benessere animale?
Per restare nei temi cari al Premio Laganà, sicuramente posso consigliare il libro “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, che tra l’altro ha ispirato negli ultimi anni tanti giornalisti che si sono dedicati a raccontare gli argomenti dell’antispecismo. Più che offrire ispirazione sulle tecniche di inchiesta, questo libro secondo me è un modello esemplare di come parlare, con efficacia e onestà alle persone, di temi complessi, senza timore di mettere sul tavolo anche il proprio vissuto, le proprie convinzioni, o temi spesso “scomodi” come il puro e semplice concetto di etica.
  • Un’inchiesta degli ultimi anni da segnalare ai giovani che stanno approcciando al mestiere di giornalista?
Proprio in riferimento a un giornalismo in continua evoluzione, mi piace suggerire l’inchiesta “China: The Superpower of Seafood, pubblicata da The Outlaw Ocean Project del giornalista Ian Urbina. Scelgo questo lavoro per diversi motivi: l’estrema importanza dei temi – il racconto dell’immensa industria ittica cinese, che sta rastrellando i mari di tutto il mondo, con uno sfruttamento di persone e risorse naturali impressionante; le tecniche adottate, con un coinvolgimento di diversi giornalisti e collaboratori sotto copertura in diverse parti del mondo, spesso in contesti di pericolo; per l’approccio globale, dei temi trattati e del modello di distribuzione, proprio per tornare all’idea che oggi l’informazione può avere volti diversi, e che si possono trovare modi incredibili per fare inchiesta.