
di Novella Gianfranceschi e Niccolò Palla
vincitor* della seconda edizione del Premio Riccardo Laganà
A Bruxelles soffia il vento dell’Europa. Quello del Sahel è lontano.
A separarci dall’Africa ci sono il mar Mediterraneo e l’oceano Atlantico, acque di transito e di pesca.
Sulle tracce di risposte sempre più concrete, arriviamo a Bruxelles per incontrare chi si occupa di creare, monitorare e denunciare le politiche e gli accordi tra Unione europea e Africa occidentale.
«È facile dare sempre la colpa all’Europa», ci dice in spagnolo uno degli intervistati. «Le nostre istituzioni hanno un’enorme responsabilità sulla situazione critica di molti Paesi del sud del mondo», replica un avvocato che verifica l’efficacia di alcune policy europee.
Davanti all’edificio Altiero Spinelli, una delle strutture principali del Parlamento europeo, ci troviamo di fronte al pannello in Esplanade Solidarnosć 1980 con la scritta Democracy in action. È vero, pensiamo. La mente divaga, ripensando alle parole del nostro interlocutore sulle colpe facili assegnate all’Unione. Commentiamo: Democracy dies in darkness (la democrazia muore nell’oscurità), proprio come recita il motto che campeggia sulla testata del Washington Post.
Da cittadini e cittadine europee – e giornalist* – il nostro compito è chiedere conto alle istituzioni delle politiche che portano avanti. E il giornalismo, specialmente quello investigativo, è un ingrediente indispensabile nella ricetta della democrazia. Serve ad oliare i suoi meccanismi imperfetti, a vederla in azione. Qui, nel cuore dell’Europa.
È questo pensiero che ci accompagna mentre attraversiamo i corridoi che portano all’emiciclo, dove si riuniscono gli europarlamentari. Più tardi ci fermiamo davanti a uno dei tanti caffè della capitale belga. In lontananza sentiamo le voci unite di una manifestazione per la Palestina libera e per i diritti della comunità lgbtqia+ in Ungheria.
Abbiamo il compito di raccontare. Per i diritti di tutt*.





