
Antonella Serrecchia lavora al Post e si occupa prevalentemente di esteri. E’ stata finalista nel 2017 e oggi è tutor della 15′ edizione del nostro Premio e seguirà la squadra composta da Edoardo Anziano, Gabriele Ciraolo, Giovanni Soini, in finale nella categoria radio-podcast d’inchiesta. In questa intervista ci spiega la sua visione del giornalismo.
- Da finalista a tutor del Premio Morrione. Perché hai accettato e che cosa significa per te?
Per me il Morrione fu la prima esperienza di giornalismo vero. Ne ho un ricordo bellissimo, dal lato professionale e da quello umano. Giulia Bosetti, la tutor che aveva seguito me e la mia collega Alessia Melchiorre, era stata per noi una guida fondamentale, così come tutte le persone che facevano e che fanno parte della comunità del Morrione: ho accettato sperando di restituire un po’ di quello che mi è stato dato. - Cosa ti aspetti dagli under 30 che seguirai nella realizzazione dell’inchiesta?
Sono certa che faranno un ottimo lavoro: sono già dei professionisti e sono molto preparati sul loro tema.
- Quale consiglio su tutti ti senti di dare agli under 30 arrivati in finale, ora alle prese con il progetto di inchiesta?
Un buon consiglio che diedero a me riguarda le interviste, ed è di non avere fretta di passare alla domanda successiva: a volte nel silenzio si crea lo spazio per risposte più autentiche (o per pensare a una domanda migliore di quella che ci eravamo preparati).
- Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato il tuo mestiere?
Non sono sicura che sia una cosa che si capisce “a un certo punto”. È una scelta che si fa tutti i giorni, cercando di seguire quello in cui credi e che pensi di desiderare, come ogni altro mestiere quando hai il privilegio di scegliere. Sicuramente il Morrione mi ha dato molti buoni motivi per credere che il giornalismo potesse essere una strada per fare qualcosa che potesse avere un valore.
- C’è un’inchiesta che consideri un esempio da seguire? Se si, quale e perché?
Ce ne sono molte. Di recente ho ascoltato 36 days in July, un podcast di AJ Investigations che racconta delle proteste in Bangladesh dell’estate del 2024 e della repressione, basandosi tra le altre cose sulle registrazioni delle telefonate intercorse tra la premier Sheik Hasina e alcuni funzionari. È un buon esempio di come si costruisce un racconto puntuale sullo sfondo di una storia più grande.
- Che libro consiglieresti di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio mestiere, il proprio futuro?
Uno tra molti è She Said: The true story of the Weinstein scandal, delle giornaliste del New York Times Jodi Kantor e Megan Twohey. Sono quelle che hanno realizzato l’inchiesta sui crimini sessuali di Harvey Weinstein, che ha contribuito a dare forza a una nuova ondata di femminismo che ha coinvolto quasi ogni Paese del mondo. È un bel libro e racconta una storia positiva sull’impatto che il giornalismo può avere sulla società.





