
Sara Manisera è una giornalista, autrice e regista e quest’anno ha accettato di essere nella squadra dei tutor del Premio Roberto Morrione. Accompagnerà in questo ruolo la squadra finalista della categoria video inchiesta, composta da Jamil El Sadi, Dalia Ismail e Dario Morgante.
- Perché hai accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione? Che cosa significa per te? Ho accettato perché credo sia fondamentale condividere e trasmettere una parte della mia esperienza sul campo a collegh3 più giovani. Per me significa provare a restituire qualcosa, ma anche contribuire a tenere vivo un certo modo di fare giornalismo — quello che Giancarlo Siani chiamava “giornalismo-giornalismo”: rigoroso, indipendente, radicato nei territori e capace di raccontare ciò che il potere preferirebbe tenere nascosto.
- Cosa ti aspetti dagli under 30 che seguirai nella realizzazione dell’inchiesta? Mi aspetto che siano in grado di costruire un’inchiesta di interesse pubblico, capace di unire i puntini e di restituire un pezzo di verità — e, per quanto possibile, anche un po’ di giustizia — dentro un mondo che oggi appare sempre più frammentato e in crisi.
- Quale consiglio su tutti ti senti di dare agli under 30 arrivati in finale, ora alle prese con il progetto di inchiesta? Partire sempre da un’ipotesi, mai da una tesi. E poi lavorare con molte fonti, incrociare i dati, verificare tutto. Ma soprattutto: avere empatia e umiltà. Le storie non sono nostre, noi le attraversiamo.
- Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato il tuo mestiere? L’ho capito tardi, sul campo. Studiavo e vivevo a Beirut, in Libano, quando ho incontrato una storia: un gruppo di lavoratori siriani sfruttati nei cantieri dell’immobiliare di lusso. Ho iniziato a lavorarci, e quel pezzo è stato acquistato da Al Jazeera. In quel momento ho capito che avevo un intuito per le storie, e ho scelto di continuare.
- C’è un’inchiesta che consideri un esempio da seguire? Se sì, quale e perché?Penso all’inchiesta che ho realizzato con Daniela Sala, “Iraq senz’acqua: il prezzo del petrolio in Italia”, (per IrpiMedia, ndr) premiata dall’European Press Prize. È un lavoro che unisce l’indagine sulle multinazonali dell’oil and gas — tra cui l’italiana ENI — con l’impatto concreto sulle comunità e sugli ecosistemi locali. Tiene insieme documenti, analisi satellitari, leaked documents, ma anche lavoro sul campo e testimonianze dirette. Questo intreccio, per me, è fondamentale.
- Che libro consiglieresti di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio mestiere? Più che singoli libri, direi alcune autrici e autori che mi hanno cambiato lo sguardo sul mondo: Danilo Dolci, Silvia Federici, bellhooks. E poi, più specificamente sul giornalismo, Mercanti di verità di Jill Abramson (edito in Italia da Sellerio) e Giornalismo di pace (edizioni Gruppo Abele) a cura di Silvia De Michelis e Nanni Salio.




