
Giornalista, conduttore televisivo e documentarista, Davide Demichelis è il tutor giornalistico del Premio Riccardo Laganà. In questa intervista ci racconta cosa si aspetta da questa esperienza, la sua idea di giornalismo e le attese che nutre verso Natalie Sclippa e Paolo Valenti, vincitori di questa edizione del Premio Laganà, che sta supportando nella realizzazione del loro progetto di inchiesta.
Demichelis ha collaborato con diverse testate, come La Stampa, Panorama e Avvenire e ha realizzato documentari per varie emittenti, tra le quali National Geographic, Rai, Al Jazeera e France 5. È stato autore e protagonista di Radici, dal 2011 in onda su Rai 3, ed ha scritto e condotto programmi di viaggio e scoperta da tutto il mondo per Rai 3, National Geographic Channel e Sky.
- Hai accettato di essere nella squadra dei tutor del Premio Riccardo Laganà. Come vivrai questo ruolo?
Prima di tutto con l’emozione di chi è abituato a mettere le mani in pasta, più che a seguire il lavoro di altri. E poi, con l’interesse di capire e magari imparare dai giovani, che forse seguiranno percorsi diversi dai miei, nella realizzazione dell’inchiesta
- Quale consiglio su tutti ti senti di dare agli under 30 coinvolti nel Premio Morrione e Laganà ora alle prese con il progetto di inchiesta?
Più che un consiglio, un auspicio: che si appassionino a quello che fanno, fino al punto da divertirsi! Solo così, si dà il meglio. Questo – per me, e non solo per me! – è il mestiere più bello del mondo. E allora godiamocelo, godetevelo! Io mi diverto ancora come la prima volta, e lo faccio da più di trent’anni. Spero che possano divertirsi così tanto anche loro
- Guardando al giornalismo di inchiesta, secondo te ci sono dei mutamenti, delle sfide nuove che i giovani under 30 dovrebbero considerare?
Certamente l’intelligenza artificiale, che offre grandi opportunità ma altrettanti rischi. Può facilitare molto il lavoro, ma non bisogna mai dimenticare che il controllo finale e di tutti i passaggi è responsabilità esclusiva dell’essere umano, in questo caso di chi realizza l’inchiesta
- Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato il tuo mestiere?
Sinceramente, non lo so. Da bravo freelance, sono sempre vissuto alla giornata, anche mentalmente. Al punto che tante volte (anche quest’anno) mi sono detto: lo faccio ancora fino a fine anno e poi vediamo… Eppure sono ancora qua, e spero di continuare a praticare questa professione anche l’anno prossimo, quello dopo, e…
- Un’inchiesta degli ultimi anni da segnalare ai giovani che stanno approcciando al mestiere di giornalista?
Non è degli ultimi anni, ma un’inchiesta che mi rimase impressa, anche per il coraggio che la caratterizzò, fu quella condotta da Ennio Remondino per il Tg1 sui legami tra CIA e P2. Il caporedattore che la seguì fu proprio Roberto Morrione.
- .Che libro consigli di leggere a chi ha la passione per l’inchiesta giornalistica, in particolare sui temi ambientali, della biodiversità e del benessere animale?
Mi vengono in mente due libri, molto diversi, ma dal titolo vagamente simile (forse non a caso). “Niente”, di Alberto Salza, antropologo: “come si vive quando manca tutto, antropologia della povertà estrema”. E poi “Se niente importa”, di Jonathan Safran Foer, che tenta di rispondere ad una domanda importante: “perché mangiamo gli animali?”.




