Giornalismo investigativo: passione, rigore, precisione e instancabile voglia di andare a fondo. Intervista alla tutor Cecilia Anesi

Cecilia Anesi è una dei quattro tutor giornalistici della 14′ edizione del Premio Roberto Morrione per il giornalismo investigativo.
Co-fondatrice del centro di giornalismo d’inchiesta IRPI (Investigative Reporting Project Italy), che è parte della Global Investigative Journalism Network e all’OCCRP Network, Cecilia Anesi è la direttrice del centro IRPI e si occupa delle relazioni istituzionali. Come giornalista d’inchiesta per IrpiMedia, la testata online di IRPI, collabora a progetti internazionali su crimine organizzato e finanza, narcotraffico, ambiente e violenza di genere. Cecilia ha lavorato in squadra a varie inchieste transnazionali come #DaphneProject, #CartelProject, #OpenLux, #SuisseSecrets, #RussianAssetTracker e #NarcoFiles. Muove i suoi primi passi nel giornalismo d’inchiesta con il documentario Toxic Europe, prodotto grazie al Premio Ilaria Alpi, e vincitore del Biocr per le inchieste sulla criminalità transnazionale.

Anche per lei, sei domande e sei risposte per conoscere meglio la sua idea di giornalismo e come accompagnerà in qualità di tutor Marianna Donadio e Dora Farina, finaliste nella categoria video inchiesta.

  •  Perché ha accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione? Che cosa significa per lei?

E’ un onore poter seguire la costruzione di un’inchiesta di giovani colleghe e colleghi, nella speranza che questo lavoro – bellissimo e difficilissimo – riesca sempre a portare alla luce ingiustizie e dare la spinta per un cambiamento, per la costruzione di un mondo migliore. Sembra banale ma non lo è. Se non ci credessimo, se non ci credessi, si rinuncerebbe alla terza querela, alla seconda minaccia. Invece si continua, a testa bassa e schiena dritta, perché si crede nella forza del giornalismo d’inchiesta e nella sua, assoluta, necessità per la democrazia. Il Premio Morrione per me incarna esattamente questo ideale, dando una opportunità unica a giovani creativi e coraggiosi.

  •  Cosa si aspetta dalle under 30 che seguirà nella realizzazione dell’inchiesta? 

Moltissimo! Mi aspetto prima di tutto curiosità, perché senza quella non si può fare inchiesta, passione, rigore, precisione e una instancabile voglia di andare a fondo, di connettere i punti e poi di raccontare una storia unica, e capace di cambiare le cose.

  •  Quale consiglio su tutti si sente di dare agli under 30 arrivati in finale, ora alle prese con il progetto di inchiesta?

Vivi come se avessi un trojan nel telefono, fai fact-checking come se avessi già una querela che ti aspetta, ma ricerca e scrivi come se nulla potesse fermarti.

  • Quando ha capito che il giornalismo sarebbe stato il suo mestiere?

Quando ho conosciuto Tiziano Terzani, e ho lasciato gli studi artistici per intraprendere la strada del giornalismo. Poi, invece, il giornalismo d’inchiesta lo ho scelto alla City University, grazie al corso di Gavin MacFadyen

  • C’è una inchiesta che considera un esempio da seguire? Se si, quale e perché?

Difficile scegliere, ma se devo pensare a un’inchiesta televisiva direi assolutamente Pirate Fishing, di Juliana Ruhfus, Al Jazeera.

  • Che libro consiglierebbe di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio lavoro, il proprio futuro?

Non so se mi sento di consigliare un libro, mi verrebbe più da consigliare gli archivi. Qualsiasi archivio, meglio se polveroso e dimenticato.