Stare nei luoghi, ascoltare e sentire. Mai fare promesse. Il diario de* finalist* Cavaliere e Masella

di Ilenia Cavaliere e Alessandro Masella

Giorno 347

«Pioviggina. Maggio è ancora fresco, il caldo si fa aspettare. Infilo l’impermeabile e raggiungo la strada acciottolata, alternando le mattonelle bianche a quelle blu.

Raggiungo la casa della prima fonte da sentire, un signore che qui chiameremo – per tutelarlo – Matteo. Busso o chiamo? Per sbaglio finisco per fare entrambe a metà, ma lui mi sente, è più giovane del mio pregiudizio. Mi accoglie in questa calda casa al pianterreno, la luce che viene da fuori è grigia e fredda, ma dona una certa eleganza sia alla casa che al volto di Matteo. Rompo il ghiaccio e inizio a fare domande. Matteo mi risponde come se quelle parole fossero pronte da anni, come se stesse aspettando questo momento da tanto.

La sua euforia è tenue, come la luce, spigolosa e precisa, meticolosa e ferma, la apprezzo.

E la apprezzo ancor di più perché mi rendo conto che l’immagine che ho davanti è una grande – e bella – inquadratura: lui con le gambe accavallate, lì nell’angolo della stanza, con il colletto della camicia a righe che fuoriesce dal maglioncino, il volto liscio senza barba.

Si, funzionerebbe – penso. Intanto Matteo parla e mi apre un mondo. Lo ringrazio, chiudo il mio quaderno degli appunti e mentre imbocco l’uscio mi dice che è felice che qualcuno racconti la sua storia. Non sono certo che sia così, ma accenno gratitudine, poi aggiunge: dovresti conoscere T. Ma questa è un’altra storia che racconterò un altro giorno, anche perché di T. in giro ce ne son tanti».

In questi mesi abbiamo imparato che questo lavoro è soprattutto una forma di ascolto.

Abbiamo raccolto voci stanche, a volte scoraggiate, spesso coraggiose. Alcune sono rimaste fuori fuoco, altre ci hanno indicato una via. Quelle voci ci hanno chiesto attenzione, rispetto, protezione. Il lavoro è fatto di domande che ci portiamo dietro anche la notte, appunti che si accumulano nei nostri quaderni e nei vocali WhatsApp, scatti tra un’intervista e un sopralluogo, nodi da sbrogliare che ci accompagnano anche durante le ore trascorse sui treni. Poche ore di sonno, forse. Ma sta tutto lì: fare questo lavoro non vuol dire solo documentare. Vuol dire stare dentro i luoghi, parlare con chi li abita, respirare le stesse paure e speranze, senza mai fare promesse.