
di Jamil El Sadi, Dalia Ismail, Dario Morgante
finalist3 categoria video inchiesta
La città è in movimento quando arriviamo a Bologna, nel primo pomeriggio. C’è rumore, traffico, passaggio di vite ordinarie. Noi, invece, siamo immersi in uno spazio chiuso, ovattato e, per quanto nuovo per tutti noi, sicuro: stiamo allestendo il set per girare le prime interviste per il Premio Morrione.
Sistemiamo l’attrezzatura con attenzione: coordiniamo le riprese, controlliamo i microfoni e le luci, rivediamo le domande, mettiamo in ordine tutto quello che ci servirà. Parliamo poco, il necessario per coordinarci. La tensione si sente, ma è contenuta. Sappiamo che tra poco incontreremo qualcuno che merita rispetto e delicatezza, e questo ci basta per prendere sul serio ogni dettaglio. Non vogliamo forzare nulla, né sbagliare tono. L’obiettivo è fare le domande giuste e raccontare le cose come stanno.
Ogni tanto scherziamo, poi torniamo a prepararci. La città va avanti intorno a noi. Il tempo scorre e noi, con le nostre parole e quelle delle fonti, dobbiamo tornare a qualche mese fa, al momento a cui la nostra inchiesta si riferisce. La prima intervista del nostro progetto è la più importante: quella per cui c’è voluto tempo, passaggi intermedi, parole scelte con attenzione e, soprattutto, la costruzione di una fiducia fragile. Non era per nulla scontato che accettasse, soprattutto dopo aver conosciuto giornalisti che hanno raccontato in modo strumentale e superficiale la sua vicenda.
Accendiamo la camera. I primi momenti sono trattenuti, quasi rigidi. Poi qualcosa cambia: si allenta la distanza, entriamo in relazione con l’intervistato e con la sua comunità. Da lì in poi tutto prende forma. L’intervista trova un ritmo, le risposte arrivano con naturalezza e riusciamo a toccare tutti i punti che ci interessavano. Il clima si distende, anche intorno a noi. Si percepisce.

È da qui che comincia davvero il nostro lavoro.






