
di Giulia Presutti*
Abrahm (il nome è di fantasia) è in Italia dal 2003. Di giorno fa l’interprete, di sera il cameriere in un albergo di lusso. Me lo segnala un attivista di Bologna: “A Roma ho una fonte per te, la migliore”.

In un pomeriggio di fine primavera mi ha raccontato di come è scappato, acquistando una barca in Libia insieme agli amici e navigando fino alle acque maltesi senza affidarsi alle organizzazioni criminali.

E mi ha offerto tutto l’aiuto possibile: “Ti racconto quello che so di Roma. Poi ho amici in tutta Europa, giornalisti che come me sono scappati da quella dittatura. Posso metterti in contatto con loro”. Gli dico che vorrei intervistarlo e gli spiego che in Italia chi scrive ha l’obbligo di proteggere le fonti. Aggiungo, però, che se un magistrato mi chiedesse di fare il suo nome per un’indagine importante sarei costretta. Mi risponde che non importa, che lui non si tirerebbe indietro. E aggiunge: “Da me è venuta la Bbc, altre testate internazionali mi hanno intervistato, ma a volte mi sembra che non vogliano scavare fino alla verità. Mi chiedono del mio Paese, del viaggio, dei miei connazionali in Italia, ma non sembra che vogliano capire chi si arricchisce sulla loro pelle. È importante che ci sia chi fa le inchieste”.
E così vado via, felice di aver conosciuto un bravo giornalista. E con la piacevole impressione di aver trovato un amico.
*finalista del Premio Morrione 2016 con l’inchiesta “Un tratto della tratta” (tutor Sandro Ruotolo)





