Solidità, profondità e innovazione. Quello che serve in un’inchiesta. Intervista al tutor Gabriele Cruciata

Inizia la conoscenza della squadra dei tutor giornalistici 2025, che per la prima volta vede la partecipazione degli ex finalisti del Premio Morrione. E’ cosi che “un cerchio si chiude”, usando l’immagine richiamata dalla portavoce del premio, Mara Filippi Morrione, durante la conferenza stampa di presentazione della 14′ edizione.
Partiamo dunque dal tutor giornalistico della categoria radio-podcast: Gabriele Cruciata, già vincitore del Premio Morrione con l’inchiesta podcast Buco Nero, realizzata insieme a Arianna Poletti nel 2020. Gabriele seguirà in veste di tutor giornalistico il team composto da Marco Castellini e Chiara Garbin.

Un master in Giornalismo a Groningen, nei Paesi Bassi, con una tesi sullo Slow Journalism e il ruolo delle comunità digitali nel giornalismo online, Gabriele Cruciata inizia come giornalista a 18 anni e collabora da freelance con alcune delle principali testate nazionali italiane ed europee, tra cui L’Espresso, La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Il Post, TPI, Mediapart, Trouw e Die Zeit. Oggi lavora come corrispondente dal Centro Europa e Community Editor a Slow News e collabora stabilmente con IRPI, il primo centro italiano di giornalismo investigativo recentemente diventato testata. Per IRPI è stato coautore di inchieste sul crimine organizzato e il riciclaggio internazionale di denaro.

Abbiamo posto sette domande a Gabriele per conoscere meglio il suo approccio al giornalismo e come intende vivere il ruolo di tutor.

  • Da vincitore a tutor del Premio Morrione. Perché hai accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione e che cosa significa per te?Ho accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione perché credo nel valore della condivisione delle competenze e dell’esperienza. Quando partecipai, ebbi la fortuna di essere seguito da un tutor competente come Lorenzo Di Pietro, che mi aiutò a crescere professionalmente e a sviluppare un metodo di lavoro più solido. Ora, poter restituire quanto ho ricevuto e aiutare giovani giornalisti a muovere i primi passi nell’inchiesta è per me un modo di dare continuità a questo percorso. Il Premio Morrione non è solo una competizione, ma una comunità che si nutre di collaborazione e sostegno reciproco, e contribuire a questa dinamica è una responsabilità che sento con piacere.
  • Cosa ti aspetti dagli under 30 che seguirai nella realizzazione dell’inchiesta?Mi aspetto che gli under 30 che seguirò siano in grado di costruire un’inchiesta solida, approfondita e innovativa, capace di portare alla luce aspetti nuovi di una storia. Ma oltre alla ricerca della verità e dei fatti, vorrei che riuscissero a usare il podcast non solo come uno strumento di racconto, ma come un mezzo per emozionare, coinvolgere e dare voce alle persone. Il giornalismo d’inchiesta non è solo dati e documenti, ma anche empatia, capacità di restituire la complessità della realtà attraverso le voci e le esperienze di chi la vive. Spero che riescano a trovare questo equilibrio. Sette domande e sette risposte per conoscerlo meglio e capire come affronta il ruolo di tutor dei finalisti.
  • Quale consiglio su tutti ti senti di dare agli under 30 arrivati in finale, ora alle prese con il progetto di inchiesta?Il consiglio che mi sento di dare è di credere profondamente nel proprio progetto, di difendere l’intuizione iniziale e di lavorare con determinazione per portarla a compimento. Allo stesso tempo, però, è fondamentale mantenere flessibilità e onestà intellettuale: un’inchiesta non deve mai piegare i fatti a un’ipotesi preconcetta, ma deve essere guidata dall’evidenza e dall’apertura al cambiamento. Spesso, nel corso del lavoro, emergono elementi imprevisti che possono ribaltare le idee di partenza. Saperli accogliere, senza forzare la narrazione, è ciò che distingue una buona inchiesta da una costruzione artificiosa.
  • Quando hai capito che il giornalismo sarebbe stato il tuo mestiere?Ho capito molto presto che il giornalismo sarebbe stato il mio mestiere, già ai tempi del liceo. È successo in modo quasi casuale, leggendo alcuni libri di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani che trovai in casa. Le loro parole mi hanno fatto scoprire che esisteva un lavoro fatto di parole e di condivisione, e che aveva la possibilità di lasciare una traccia nel mondo. Qualcosa che andava oltre la semplice cronaca: un giornalismo fatto di passione, coraggio e profondità. Quelle letture mi hanno aperto gli occhi sulla possibilità di unire la ricerca della verità a una narrazione capace di lasciare il segno. Da lì è nata la consapevolezza che questa sarebbe stata la mia strada.
  • C’è un’inchiesta che consideri un esempio da seguire? Se si, quale e perché?Veleno” di Pablo Trincia è un’inchiesta che considero un esempio da seguire perché riesce a combinare rigore giornalistico ed emozione in modo straordinario. Da un lato, porta alla luce fatti nuovi e gravi su una vicenda dimenticata, svolgendo un lavoro di ricostruzione meticoloso e basato su fonti, testimonianze e documenti. Dall’altro, utilizza il linguaggio narrativo del podcast per immergere l’ascoltatore nella storia, facendolo entrare nei dubbi, nelle paure e nelle emozioni dei protagonisti. Questo equilibrio tra approfondimento e coinvolgimento è ciò che rende un’inchiesta davvero incisiva e capace di lasciare il segno.
  • Che libro consiglieresti di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio lavoro, il proprio futuro?“Telling True Stories” (a cura di Mark Kramer e Wendy Call edito nel 2007 da Penguin Putnam Inc) è un libro che consiglio a chi vuole fare del giornalismo il proprio futuro perché offre una raccolta di esperienze dirette di grandi autori e autrici, mostrando il dietro le quinte del mestiere. È un testo prezioso perché non si limita a spiegare le tecniche dell’inchiesta, ma insegna come coniugare il rigore della ricerca con la potenza della narrazione. Ogni storia raccontata è un esempio concreto di come si possa investigare la realtà senza rinunciare alla capacità di coinvolgere il lettore o l’ascoltatore. È un libro che ti aiuta a capire non solo come raccontare i fatti, ma perché alcune storie restano impresse nella memoria.