
di Giulia Presutti*

Centinaia di ragazzi si asciugano al sole, i corpi scolpiti come statue di ebano. Quella degli africani sugli scogli potrebbe essere l’immagine simbolo dell’ “isola che accoglie”: gli attivisti che operano qui, invece, mi spiegano che non lo è. Che forse i migranti stanno in disparte perché non si sentono i benvenuti. O che qualcuno ha dato loro l’impressione di non esserlo.

Mi basta poco per rendermi conto che l’isola è stanca dei giornalisti. Che, a parte gli eroi delle telecamere, gli abitanti sono delusi dal nostro lavoro. Che la narrazione che facciamo è spesso inadeguata alla realtà.
Lampedusa è il primo approdo dei migranti, il pezzetto di terra che toccano dopo la traversata in mare. Un po’ Sicilia, un po’ Italia, eppure ancora Africa. “Da qui voglio andare in Europa!”, dice allegra una piccola eritrea. Ha quindici anni ed è rimasta nell’hotspot per un mese. Nessuno lì dentro le ha dato un telefono per avvertire la madre che è arrivata sana e salva. Forse gli attivisti parlavano di questo, quando mettevano in discussione la leggenda dell’accoglienza lampedusana.

Polizia e militari presidiano l’accesso principale, che naturalmente è chiuso ai giornalisti. Per riprendere i padiglioni bisogna nascondersi tra le piante, per parlare con chi lavora all’interno è meglio votarsi a qualche santo. I mediatori culturali di una Ong provano a negare la presenza di eritrei nell’hotspot: scopro poi che per contratto non possono dare informazioni.

*finalista del Premio Morrione 2016 con l’inchiesta “Un tratto della tratta” (tutor Sandro Ruotolo)





